Oggetto: Lavoricidio e "karoshi" all'italiana: la strage invisibile della fatica e dello stress
quando si parla di morti sul lavoro, la cronaca e il dibattito pubblico si concentrano quasi esclusivamente sui traumi diretti: le cadute dai ponteggi, gli schiacciamenti nei macchinari, i tragici incidenti nei cantieri. Esiste però un'altra strage, altrettanto devastante ma tenuta nell'ombra, che merita finalmente di uscire dall'invisibilità.
Non si tratta più soltanto di "operaicidio". La realtà odierna ci impone di parlare di un vero e proprio lavoricidio, perché a morire lavorando sono ormai donne e uomini di ogni categoria e livello sociale: vigilanti notturni, impiegati, quadri, dirigenti, precari, addetti ai servizi e alla logistica.
Siamo arrivati alla drammatica cifra di 1.021 lavoratori che hanno perso la vita dall'inizio dell'anno. Centinaia di questi decessi non sono causati da un guasto meccanico o dalla mancanza di un casco, ma dalla fatica, dallo stress massacrante e dalla tensione nervosa costante.
Anni fa sorridevamo pensandola come una tragica stravaganza giapponese e la chiamavamo karoshi: la morte per superlavoro. Oggi i "karoshi" sono diventati tragica normalità anche in Italia.
Un infarto o un arresto cardiaco a 49 anni durante un turno di guardia notturno, o dopo settimane di straordinari e pressioni psicologiche, viene quasi sempre liquidato dalle statistiche come "malore improvviso" o "causa naturale". In questo modo si assolve un sistema che sfrutta e logora le persone fino al collasso.
A alimentare questa piaga sono fattori precisi:
Il ricatto del precariato e la paura del licenziamento, che spingono ad accettare carichi, ritmi e turni insostenibili pur di non perdere il posto;
Un'organizzazione del lavoro disumana, che annulla il diritto al riposo e alla salute in nome della produttività e della costante reperibilità;
L'assenza di tutele reali per chi lavora in contesti isolati, usuranti o ad alta pressione emotiva.
Chiedo alle vostre redazioni e all'informazione nel suo complesso di rompere il silenzio su questa dimensione della sicurezza sul lavoro. Morire di stanchezza e di lavoro non è una fatalità: è una responsabilità sociale e politica che non può più essere ignorata.
Distinti saluti,
Carlo Soricelli
Curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro
cadutisullavoro.blogspot.it
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