lunedì 21 settembre 2026

Il Giappone in Italia

​Oggetto: Lavoricidio e "karoshi" all'italiana: la strage invisibile della fatica e dello stress ​ ​quando si parla di morti sul lavoro, la cronaca e il dibattito pubblico si concentrano quasi esclusivamente sui traumi diretti: le cadute dai ponteggi, gli schiacciamenti nei macchinari, i tragici incidenti nei cantieri. Esiste però un'altra strage, altrettanto devastante ma tenuta nell'ombra, che merita finalmente di uscire dall'invisibilità. ​Non si tratta più soltanto di "operaicidio". La realtà odierna ci impone di parlare di un vero e proprio lavoricidio, perché a morire lavorando sono ormai donne e uomini di ogni categoria e livello sociale: vigilanti notturni, impiegati, quadri, dirigenti, precari, addetti ai servizi e alla logistica. ​Siamo arrivati alla drammatica cifra di 1.021 lavoratori che hanno perso la vita dall'inizio dell'anno. Centinaia di questi decessi non sono causati da un guasto meccanico o dalla mancanza di un casco, ma dalla fatica, dallo stress massacrante e dalla tensione nervosa costante. ​Anni fa sorridevamo pensandola come una tragica stravaganza giapponese e la chiamavamo karoshi: la morte per superlavoro. Oggi i "karoshi" sono diventati tragica normalità anche in Italia. ​Un infarto o un arresto cardiaco a 49 anni durante un turno di guardia notturno, o dopo settimane di straordinari e pressioni psicologiche, viene quasi sempre liquidato dalle statistiche come "malore improvviso" o "causa naturale". In questo modo si assolve un sistema che sfrutta e logora le persone fino al collasso. ​A alimentare questa piaga sono fattori precisi: ​Il ricatto del precariato e la paura del licenziamento, che spingono ad accettare carichi, ritmi e turni insostenibili pur di non perdere il posto; ​Un'organizzazione del lavoro disumana, che annulla il diritto al riposo e alla salute in nome della produttività e della costante reperibilità; ​L'assenza di tutele reali per chi lavora in contesti isolati, usuranti o ad alta pressione emotiva. ​Chiedo alle vostre redazioni e all'informazione nel suo complesso di rompere il silenzio su questa dimensione della sicurezza sul lavoro. Morire di stanchezza e di lavoro non è una fatalità: è una responsabilità sociale e politica che non può più essere ignorata. ​Distinti saluti, ​Carlo Soricelli Curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro cadutisullavoro.blogspot.it

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